Un anno

Un anno

Correva l’anno 2016. Luglio, il giorno del mio compleanno.

Avevamo preso da pochi mesi la decisione di trasferirci in Sardegna  e io di lasciare il fantomatico posto fisso, un futuro certo, uno stipendio che assicurava una sicura entrata economica, per occuparmi di Jacopo e decidere che fare della mia (nostra) vita.

Ale mi regalò un PC portatile.

Lì per Lì quasi lo sgridai.  Gli dissi che avremmo dovuto risparmiare, che con uno stipendio in meno le spese andavano valutate per bene prima. Lui mi rispose con la solita razionalità calcolata dicendomi che era un PC coreano preso a basso prezzo su Amazon, si mise a ridere raccontandomi che aveva dovuto cambiare la tastiera perché aveva un ordine non occidentale delle lettere,  e ci aveva messo giorni a capire come fare… 

“Beccati sta cinesata e segui il blog che per te  è importante”. Disse. O forse no, ma il concetto era quello, e mi piace romanzarlo. 

Perché dopo tanti anni insieme i silenzi sono tanti, e anche le frasi ripetute,  spesso le stesse, dette di fretta, senza ricami. Ma so che il concetto era quello,  quello ciò che mi voleva trasmettere nel suo modo silenzioso e pragmatico ma amorevole. 

Ho pensato spesso a quella giornata ultimamente.

Ci ho pensato ora, che è arrivato l’anniversario della sua morte, e ci ho pensato mesi fa, quando è scaduto il dominio del blog e sono stata indecisa se rinnovarlo o meno.

Ci ho pensato quando mi arrivavano le mail o i commenti del mio articolo “come siamo usciti dal tunnel della cacca addosso”, di mamme disperate,  che mi scrivevano in cerca di consigli ignorando chi fossi, quale fosse la mia storia e il triste destino della mia famiglia.

Alla fine il dominio l’ho rinnovato, mi sembrava un atto di onore verso quel PC coreano che non ho più utilizzato, sostituito col tempo dal PC portatile della nuova azienda per cui lavoro, segno dei tempi che cambiano e di come i problemi,  quasi tutti,  in un modo o nell’altro si risolvono.

Mi sembrava soprattutto un segno di rispetto nei confronti di Ale, per quella amorevolezza con cui mi diceva “Dai, scrivi”. Senza incitare eccessivamente,  senza obiettivi competitivi,  con gentilezza, come pochi sanno fare. 

Non esiste solo questo blog per scrivere, e il successo dell’articolo sulla cacca (sono nella prima pagina di google, da 2 anni, il web è imprevedibile e ironico)  è la dimostrazione  che alla fine scrivere ha senso soprattutto se si scrive per gli altri. Ché gli altri vogliono sapere, conoscere, leggere per sé qualcosa che alla fine li riguardi o tocchi delle corde in comune. C’è poi anche chi vuole conoscere anche la situazione di chi scrive per sincero interesse, altri per una sottile forma di morbosità.

Ma il dolore è sordo e muto. Il dolore, almeno nel mio caso, tace

E se tace non può scrivere.

C’è una frase ricordata da Terzani in questo pezzo di una lettera che scrisse a Oriana Fallaci:”«Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia», scrisse Karl Kraus disperato dal fatto che, dinanzi all’indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi”

Ecco, al di là degli umani sfoghi per cui ho selezionato una cerchia ristrettissima di amici e la psicologa che mi sta aiutando tantissimo, non riesco a fare altro che tacere adesso.

Perché penso non esistano parole, o se esistono semplicemente io non sono in grado di metterle in fila, per spiegare quanto è grande la fatica, quanto è difficile il cammino, quanta rivoluzione interiore porti un dolore del genere, che se ci pensi ti fa anche sentire un po’ speciale, perché ti dona degli occhi nuovi con cui vedere il mondo, e capisci molte cose che prima proprio non notavi, non c’era verso. 

Non è una catarsi, non confondetemi,  ma una piccola, grande, liberazione.



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