Di mesi che passano e di mancate risposte

Di mesi che passano e di mancate risposte

Non sono adatta a fare la Caregiver.

L’ho confessato a un’amica qualche giorno fa, mi sono un po’ vergognata, ma è una vergogna che è durata pochi minuti.  Devo smetterla di cercare di essere quella che non sono.

Ci sono persone che il senso di accudimento del prossimo ce l’hanno dentro.
Altre fanno più fatica. Non a caso la maternità per me è stata così in salita, non a caso mi sono fermata solo a un figlio (e adesso che non possiamo averne altri continuo a chiedermi se questo sarà mai un rimpianto che mi porterò dietro per il resto dei miei giorni).

Quando ami certe cose ti vengono naturali, spontanee, ma non raccontatemi che non siano pesanti.
Io a volte ho bisogno di aria. DI ME.

Sgomito per prendermi degli spazi che il mostro ci ha portato via.
Si è piazzato così bellamente in mezzo alle nostre vite, ha deciso di essere l’indiscusso protagonista.

No, cazzo. E no! Importante è capire che la vita c’è. Ce n’è ancora. Bisogna viverla.

 

Sento di avere un peso sulle spalle molto grande, le mie spalle si sono espanse in questi mesi, reggono molto più di quanto pensavo avrebbero mai potuto reggere.
La parte più difficile è la gestione di Jacopo, le volte che mi tocca fare tutto da sola.

I primi tempi quando Ale era all’ospedale, se mi capitava di stare sola con lui crollavo.

Continuavo a chiedermi come avrei fatto, che non avrei potuto reggere un simile dolore, un simile carico.
Crescerlo senza un padre.
Il bambino anziché darmi forza mi gettava nello sconforto.

vuol dire che avete fatto una bella famiglia”, mi disse un giorno un’amica, il cui marito combatte contro il mostro da un anno prima di noi.

“vuol dire che non eri abituata a fare tutto da sola”.

Già. Non lo ero. Io e lui siamo sempre stati 50 e 50.

i bambini a questa età non danno energia. La succhiano”

Jacopo è un succhiatore seriale. Tutti i bambini lo sono, lui, con le sue opposizioni, le sue inclinazioni al dramma, il suo attaccamento nei miei confronti mi sembra lo sia anche di più.

E io in questo momento devo avere abbastanza Linfa vitale anche per entrambi.

C’è questa sensazione di treno in corsa. Uno di quei grossi treni che va sott’acqua.
Bisogna correre. Essere forti. Non fermarsi. Farsi vedere dritte, stabili, centrate.

Perché se crollo ho il brutto presentimento che nessuno potrà rialzarmi.
E comunque non ha senso fermarsi, non aiuta.

Eppure, a insaccare tutto dentro, a spingerlo a forza giù, prima o poi risale.
Cerca di farsi spazio, è come essere compresse. Un litro di acqua frizzante in una bottiglia da mezzo litro.
Chiaro che poi fa le bolle, che qualcosa dal collo viene su.

E così un giorno mi trovo a urlare senza motivo, a piangere per la pubblicità dei pannolini.

 

Ci sono cose che non riesco a dire.

Non posso scriverle qua, perché comunque anche se per pochi il web è un luogo pubblico.
Non posso parlarne con lui, perché lo ferirei.
Ne parlo con qualche amica, qualche accenno, ma poi sono pensieri troppo contorti, e contraddittori, che non riesco a gestire, che sfuggono al mio controllo.

In questi casi c’è una psicologa che l’ospedale ti mette a disposizione. Solo che le ASL sono piene di tagli, e questa psicologa ce la dobbiamo dividere per un paio di sedute al mese io e Ale.

Ho chiesto altro aiuto tramite strutture tipo consultorio del mio paese, mi faranno sapere. Ma anche parlare con una psicologa è un terno a lotto, io sono diffidente per natura, se non trovo quella giusta mi chiudo ancora di più a riccio.

E così, tra alti e bassi, una terapia e un’altra, una visita specialistica e una rogna burocratica al patronato o all’INPS, i mesi passano.

L’ultima e unica TAC è ferma a prima dell’intervento. Si spera che ne faccia un’altra a fine mese.
Non sappiamo come stiano andando le cose, e questo non sapere è snervante, anche se tanto poi i risultati possono capovolgersi nel giro di pochi mesi. È una fottuta giostra impazzita.

La cosa più bella, che consola, è che mio marito sembra stare bene. Non sempre ovviamente, ma grosso modo conduce la solita vita, a parte qualche limitazione. MA PURTROPPO NON è GARANZIA DI NIENTE. il male è silenzioso.

Nel frattempo siamo stati dallo specialista più famoso in Italia in oncologia integrata. Ci ha dato altri integratori e prescritto l’artemisia. Qualche studio dimostra che aiuta a rallentare la crescita del tumore. Di certo non c’è niente.

È stato un medico diverso.

Uno che ti guarda e ti dice “parlami tu della tua malattia. Prima ancora di vedere gli esami.”.

E ancora: “perché siete qui? Non lo chiedo della serie cazzo ci fate qua. Lo chiedo perché lo voglio sentire da voi”.

Tutto, è stato diverso. Il dialogo, il botta e risposta, la sensazione di poter fare le domande più assurde.
Il suo cane che si piazzava  sempre tra le gambe di mio marito “perché lui va da quelli più fragili della stanza”.

Eppure, all’uscita, il mio pragmatismo imperante e razionale che bussava forte nella testa.
Vabbè. e quindi, di concreto, che dice?

Ma tu sei soddisfatto?
– Beh, simpatico.
– Simpatico… Anche mia zia lo è, ma non mi chiede 200 euro.

Fiducia. Accogliere.

Leggevo un libro, uno dei tanti, sui tumori e sui malati di tumore.

Quello di Chiara Stoppa (avevo già parlato di lei in questo post, alla fine) mi è rimasto impresso più di tanti altri.

 

E beh, che c’è di male ad avere un tumore?

Si chiede a un certo punto l’autrice.  Già. Che c’è di male? Forse se lo accetti, se smetti gli fargli la guerra, te ne liberi prima.

È tutto troppo difficile. Sono concetti che sono troppo elevati per una come me.

Io voglio solo comprare una casa, avere altri bambini (o forse no, ma che importa, voglio sapere di poterlo fare) svolgere le mie passioni, godermi la mia famiglia. Io voglio solo non perdere quello che ho.

 

 

 



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Mi è arrivato tutto, quello che scrivi. Dici che non riesci a essere onesta del tutto, sul web, perché è un luogo pubblico: ma hai già ammesso tante cose. La punta di iceberg sommersi, taglienti. La fiducia-non-fiducia nella medicina integrata, la voglia di ricentrarti, l’impossibilità di farlo, la debolezza inferta involontariamente dal figlio che ti fiacca con le paure e la solitudine di dovercela fare da te. Anche io dipendo molto da mio marito. Da sola, coi figli, sono stata poche volte, tolta la quotidianità di quando li prendo a scuola e fino a sera, o quando la scuola chiude,… Leggi il resto »