Mi vivi dentro

Mi vivi dentro

In Italia, ogni giorno, vengono scoperti 1.000 nuovi casi di tumore.

1.000 nuovi malati al giorno.

Nel 2018 sono stati circa 370.000.

Una persona ogni 19/20 ha il cancro.
Se non sei tu, è un tuo amico, un tuo parente, un tuo collega. Se non sono i tuoi amici magari sono gli amici degli amici, o un genitore di un tuo amico e così via.

Nel 2018 sono morte 178.000 persone. La metà di quelli che hanno scoperto la malattia.

È una vera epidemia, seppur non contagiosa, quindi forse fa meno paura. Fa più paura sentire di 3 casi di morte per morbillo all’anno, per dire.

I numeri. Quante possibilità hai di farcela? 50%?70%?

Le statistiche.

Un po’ le vuoi leggere, sapere, un po’ ti chiedi che senso abbia. Forse placare l’ansia. Conoscere.

Io devo conoscere. È l’unica maniera per avere meno paura.
Poi magari non ci dormo due notti. Però so. Sono preparata.

Quando ci hanno consegnato la biopsia, che non ha aggiunto niente di nuovo a quanto già sapessimo dalla tac, abbiamo trovato un medico che nel bonario tentativo di tranquillizzarci scadeva quasi nel ridicolo.

“ma sì Ale ma tu stai tranquillo, ti fai un po’ di chemio e via…“

Come se parlasse di aspirina. No, non l’ha fatto per male. Ma attenzione, perché quel metodo di indorare, nascondere, omettere, a me fa solo sentire presa per il culo.

Sotto Natale ho letto questo libro, qui in copertina.

Lui è Alessandro Milan, giornalista e conduttore radiofonico, lei è sua moglie Francesca Del Rosso, giornalista anche lei, morta nel 2016 per un tumore alla mammella che poi ha intaccato il sistema nervoso.

Non volevo comprarlo, poi mi sono detta ma sì, piangerò un po’, ma va bene, deve essere un bel libro che parla di resilienza e amore.

Quanto ho pianto. Quasi ogni capitolo.

È struggente e straziante, seppur non parli solo della malattia ma anche della loro vita insieme prima, dei loro figli, dei loro viaggi.

Non avrei mai potuto immaginare che ci saremmo trovati a affrontare un percorso simile (spero con un altro epilogo) nel giro di un paio di settimane.

I passi di quel libro mi tornano alla mente continuamente, vorrei non averlo letto adesso, vorrei avesse avuto un finale diverso.

Vorrei che non fossero così fottutamente simili, le storie di tumore.

Spesso stessi farmaci, stessi protocolli, stesse procedure.

Seguo, ma forse è più corretto dire seguivo visto il poco tempo a disposizione, varie pagine social dei malati, di chi descrive la propria malattia e incoraggia a combattere e pensare positivo.

Tempo fa, prima che i social prendessero piede, seguivo il blog di Federica Cardia, una ragazza sarda che ha lottato con tutte le sue forze.
Aveva un tumore al colon, come Ale.

Ho pianto lacrime amare quando non ce l’ha fatta.

Però, mi dico, guarda adesso quanta gente è in vita, che scrive, che lotta, che svolge la sua quotidianità nonostante la terapia.

Io riuscirei mai a fare una pagina fb o ig sulla malattia? Esortando a combattere?

E mentre mi facevo queste domande mi sono resa conto di una cosa chiara, semplice, che però sfugge via.

Il tumore non è il mio.

Lo so che sembra assurdo, ma me ne dimentico spesso.

Me ne dimentico spesso quando penso al futuro, quando mi faccio domande tipo come farei da sola come farei con Jacopo come farei a fare tutto.

È una forma sottile di egoismo, se vogliamo.

Perché troppo spesso mi dimentico di pensare che la vera tragedia non è come farei io a fare da sola, ma che smacco sarebbe se lui non vedesse crescere suo figlio.
È suo, il dolore più grande, autentico. Che io non riesco a capire fino in fondo perché solo se ci passi, capisci.

Certo, poi c’è il dolore dei familiari, forte, immenso, che ti spezza, che ti fa sentire impotente.

Ma la malattia non è la mia. Non avrei mai la facoltà di scrivere di coraggio e di lotta, di incitare a combattere.

Mio marito combatte?

Sì, dopo le prime settimane di negazione, dove quasi neanche sapeva a quali visite si stava sottoponendo, ora combatte.
Poi si deprime. Poi si rialza. Poi ricade.
Come me, come tutti quelli colpiti da un grande dolore.

Perché non è un combattente e basta. Non è un influencer, non è un diffusore di positività, non è un motivatore, non è neanche il volto di una pubblicità contro il cancro.

Mio marito è, semplicemente, un uomo.

 



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3 Commenti on "Mi vivi dentro"

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Pensieri rotondi
Ospite
Cristo Santo, mi hai fatto piangere. Quel libro… le coincidenze, quasi un oracolo, vorresti non averlo letto… il tumore non è tuo ma suo… Quante riflessioni vere eppure profondamente difficili, che noi esterni, ancora, guardiamo piangendo ma incrociando le dita di non dover mai comprendere appieno. Non è egoismo, pensare a come faresti: se è egoismo è comunque inevitabile, è sopravvivenza. Sei molto brava a riuscire a guardare oltre e ascoltare il dolore di Ale, le sue possibili perdite invece delle tue. Fai quello che senti, leggi o non leggere, partecipa ai gruppi o scivola via, chiuditi, apriti. Più probabilmente… Leggi il resto »
Piccole Mamme Crescono
Ospite

Sono davvero fottutamente simili le storie di tumore e lo sono anche le emozioni, il dolore, le paure e i desideri dei familiari. Un abbraccio forte