Nessun primo giorno di scuola

Nessun primo giorno di scuola

Oggi sarebbe dovuto essere il primo giorno di scuola dell’infanzia di Jacopo.
Venerdì, per via del trasferimento a Milano, ho cancellato la sua iscrizione.

Ho aspettato fino all’ultimo per farlo, non so bene perché.

Forse pensavo di stare qua ancora qualche mese, forse rimandando mi sembrava che avrei rimandato anche la partenza. Eppure siamo certi della scelta fatta.

La gente spesso mi chiede “sei contenta?”, ma non c’è una risposta, avrei tanto voluto restare. E avrei tanto voluto partire.

Stamattina ero in macchina con lui, e siamo passati vicino a quella che sarebbe stata la sua scuola.
Ho visto un bambino col grembiule, il suo zainetto, mano nella mano con la mamma.

Mi è venuto un nodo alla gola, ho pensato saremmo potuti essere noi.

E poi i bambini sono diventati 2, 3, tutti vicini, come una piccola processione.

Il nodo alla gola si è spostato un pochino più su, mi è esploso improvvisamente in faccia, e quasi senza neanche rendermene conto ho iniziato a piangere a dirotto.
Le lacrime scendevano copiose, singhiozzavo.
Piangevo per la stanchezza, per il senso di colpa, perché mi sembrava di aver tolto a mio figlio un giorno importante, unico.
Piangevo per sfogo, per lo stress, per i pensieri delle cose da fare.
Piangevo e basta.
Allora per non farmi sentire dallo gnomo ho alzato il volume della radio, e in quel momento stavano passando la canzone di Rovazzi.
Fare il tragitto con me che piangevo e in sottofondo sentire “faccio quello che voglio faccio quello che mi vaaaaa” aveva un che di grottesco.

Jacopo ha detto, forte : “cosa è questa canzone, non c’è VEO VEO?”.
Però poi non ha insistito; forse gradiva, forse ha capito.

Le persone che davanti a un periodo di scombussolamento vogliono per forza razionalizzare mi fanno quasi tenerezza.
C’è sempre questa tendenza a voler scacciare la tristezza, la malinconia e i pensieri negativi.
Io invece credo che vadano accolti, che ti debbano passare attraverso e basta.

Non c’è niente di male a dire è un periodo di merda.
Perché so anche che passerà, so che era inevitabile e quindi vado dritta per la mia strada.

So benissimo che non sarà non aver fatto l’ingresso alla scuola materna insieme a tutti gli altri bambini che traumatizzerà mio figlio.
So benissimo che ai traslochi ci siamo passati in molti.
Anche al periodo di impasse iniziale, specie quando cambi città e abitudini.

E stai là a farti i conti, a far quadrare date e soldi, a impazzire dietro uffici e contratti.

 

Non sto aggiornando molto il blog non solo per l’oggettiva mancanza di tempo, ma anche perché temo finirei per essere noiosa e ripetitiva.

Manca meno di un mese alla partenza, non abbiamo ancora una casa e un asilo per Jacopo.

 

In qualche modo, come sempre, ce la caveremo.

 

 

 



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