Mio figlio ha i suoi tempi

Mio figlio ha i suoi tempi

Forse è una cosa che ha a che fare con la fiducia, o con l’ansia congenita che è in me,
ma mi rendo conto che non ho ancora preso piena coscienza del fatto che mio figlio è da sempre leggermente acerbo per la sua età.

Ha i suoi tempi, diciamo. E non c’è niente di male, sia chiaro.

Ha fatto tutto con calma: gattonato tardi, camminato tardi, i dentini sono spuntati tardi, ciao ciao con la manina tardi, parlare tardi, togliere il pannolino tardi (talmente tardi che ancora non ci siamo riusciti) ecc ecc…

Tardi. Ma cosa è il tardi?

Rispetto alla media.

Risposta pronta, semplice, scontata.

Già. la media.

 

Sia chiaro, nessuno, veramente nessuno mi ha mai fatto notare che mio figlio fosse indietro, mai.  Però io insisto.

 

“dottore ma non è troppo basso?”
“signora… lei non è proprio altissima…”

“cara educatrice del nido, non è strano che ancora non parli?”
“ma no… guarda che capisce tutto, ci arriverà.”

“cara logopedista, non è strano che ancora non parli?”
“ora lo visito… ma no, è tutto normalissimo, ci arriverà.”

“suocera, ancora non cammina”
“ah, suo padre ha iniziato a 16 mesi”

“argh, amore ma perché gattona in questa maniera strana? si trascina una gambetta…”
“ma no, è il suo modo di camminare, lascialo in pace”  

 

Però nonostante le rassicurazioni esterne, vedere bambini che a 10 mesi stanno in piedi, a 12 parlano come Enrico Mentana, a 18 mesi lasciano il pannolino senza traumi, a 2 anni dipingono tramonti e a 3 sono praticamente pronti ad andare a vivere da soli, mi ha sempre un po’ spiazzato.

Non so quanto questo abbia a che fare con una questione di ansia rispetto a possibili malattie o invece sia più legato a quella aspettativa che coviamo in fondo al cuore noi mamme.
Quella di voler vedere nostro figlio sempre simpatico, intelligente, AVANTI, eccezionale, brillante.

Poi ci scontriamo con la dura realtà. Cioè che è oggettivamente UN bambino.
Per noi unico, ma come tanti altri.

A volte simpatico, a volte meno. A volte lento ad apprendere, a volte precocissimo.

A volte socievole, a volte introverso e timido. A volte collaborativo, altre meno.

 

Accettare un figlio così com’è, anche con i suoi limiti, le sue ombre, le sue variazione di umore, i suoi “ritardi” rispetto ai coetanei  è credo una delle cose più difficili per un genitore.

E posso solo immaginare quanto debba essere arduo farlo quando qualche disabilità c’è poi per davvero.

AMARLI senza SE e senza MA, è il titolo di un libro che ho letto qualche tempo fa e che ho trovato pieno di banalità, perché i libri per super mamme non servono a niente.
Spesso ti fanno la morale, ma accettare il prossimo, figli in primis (E NOI STESSE, perché da là tutto parte) è il lavoro più complesso e difficile che possa esistere.

Noi piano piano stiamo toccando tutte le tappe, ma è questo piano che delle volte mi angoscia. Inizio già a contare i mesi prima dell’inserimento alla scuola dell’infanzia, quanto tempo ho per togliere il pannolino?

“amore dai, prova a sederti nel vasino”
“nooo io ‘annolino. tu vasino”

Fatto sta che, come potevo aspettarmi, lo gnomo si è praticamente svegliato una mattina e ha iniziato a parlare.

Nel giro di una settimana, alla soglia dei 3 anni, il suo lessico si è arricchito di decine e decine di parole.
Penso che a breve farò fatica a farlo tacere.

Ma il punto è che è come se avesse immagazzinato tutte le parole sentite in questi mesi, quelle che noi neanche ci mettevamo problemi a pronunciare che “tanto mica ripete”,
e ora ce le stesse sparando a raffica tipo pistola ad acqua con getto massimo.

“fatto un casino”

“ma cosa voi”

“poca vacca”

“madonna”

è come avere a casa un dittatore russo molto basso che cerca di imporsi col suo italiano sgangherato.

“mamma voio prosciutto altro”, oppure  no tu no vieni cane, solo noi, tu resta casa”

 

“ahahah” gli faccio. “sai che sembri un russo? dai, ora andiamo a lavarci le mani”


“mamma”
“che c’è perché non cammini”
“io RUSSO”

 

 

 

 

 

 



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