Come guarire dall’influenza. (se lo scopro, te lo dico)

Come guarire dall’influenza. (se lo scopro, te lo dico)

Queste settimane mi hanno messo a dura prova, e io che con le prove della vita spesso mi riempio la bocca di belle parole, ho vacillato (sto vacillando).
Lo dico spesso, lo ripeto. Siamo incredibilmente attaccati alla nostra normalità, alla nostra routine.
Abbiamo la testa piena di programmi, progetti, idee, vezzi, giornate sincronizzate, siamo proiettati nel fare.

“è la società, che ce lo impone”, dice qualcuno. Come se la società non fossimo altro che noi.

 Così poi succede una semplice influenza, anche se di quelle brutte, poco dopo Natale, e tutta la cosiddetta normalità va a farsi benedire.

Prima è toccato a Jacopo, poi a me, poi al mio compagno.

E poi a ricominciare: di nuovo me, di nuovo Jacopo, questa volta il mio compagno si salva.
Passa anche stavolta, ma è solo questione di giorni.
Ricomincio a stare male: febbre, tosse che non mi fa dormire, affanno a ogni respiro, a ogni parola.
Non riesco a stare in piedi
. Quest’anno gira così, dicono.

Vado dal medico, tre ore e mezzo di fila e lui che, sconvolto dal carico di lavoro, afferma: “una cosa così forte e diffusa non mi capitava da anni”.

Mi da l’antibiotico. Io che mi vantavo di non prendere un antibiotico da 10 anni.

I giorni scorrono, passa ancora. Ma ecco che si ammala di nuovo Jacopo, in una spirale senza fine.

Vado dal pediatra.In questo caso ci va meglio, solo un’ora e mezza di fila, in mezzo a bambini febbricitanti e doloranti – sì, perché qui il medico di base che lavora su appuntamento è visto come una pazzia – 

Antibiotico anche a lui, per una brutta otite. E io che gongolavo per non aver quasi mai dato un antibiotico a mio figlio.

Sono nervosa, stanca, sola. Sono chiusa in casa da più di 20 giorni, ogni volta che entro in farmacia mi accolgono coi festoni dedicati ai maggiori contribuenti.

Un giorno lo gnomo si è svegliato con gli occhi super cisposi e la febbre, non sapevo come fare e non potevo aspettare le 18 che il mio compagno o qualche amica uscissero da lavoro.

Ho dovuto chiedere alla vicina che so (per caso) essere una farmacista se poteva portarmi un collirio, lei gentilmente me lo ha fatto avere e mi ha pure riempito di campioncini di prodotti di bellezza. Deve avermi guardata bene.

Affronto anche il senso di colpa per non essermi creata abbastanza rete intorno, come è sta storia che non so manco chi sono i miei vicini? Possibile? Non siamo forse al sud?

Ma non è mica solo colpa della mia timidezza, io davvero in giro li vedo pochissimo; saranno sempre a lavoro, usciranno solo la notte come i vampiri, non so.

Mi dico passerà.

E sembra infatti lentamente passare. Jacopo riprende a dormire, smette di strillare per il dolore.

Io finisco il mio bell’antibiotico.

E dopo 3 giorni mi ammalo ancora.  Febbre, vomiti,  tosse, mal di gola.
Mi illude ogni volta di esserne quasi fuori,  sta stronza.

Facebook mi riempie l’agenda di eventi nelle vicinanze che potrebbero interessarmi e a momenti scaravento il cellulare dal terzo piano.
Guardo instagram e sono tutti in giro, ma non era l’influenza del decennio?

Mi stanno tutti sui coglioni, decido di non aprire neanche più i social, che fuori dal mondo ci sto meglio.

Ché uno il dolore fisico poi cerca anche di tollerarlo, si mette a letto, si prende le sue pastiglie, si rimbocca le coperte e sta là, a dirsi “che gran rottura”, ma sta in pace.

Ecco, chi c’è passato mi può capire.

Niente, niente è più rognoso invece di stare male e avere un bambino che sta male a sua volta, che pretende le tue attenzioni continue e costanti e che è ancora troppo piccolo per conoscere il significato della parola empatia.

Là inizi a chiederti cosa fare.

Spedirlo dai nonni a Milano? Come? SDA lo accetterebbe?

Chiamare una baby sitter? con me in casa? E a quale costo, che è andato tutto lo stipendio in farmacia?

Come, come fare a sopportare i suoi capricci di due enne nervoso e malmostoso causa malattia, clausura, irritabilità generale?

Come fare ad accordare tutto questo con il mio sacrosanto diritto di star male, di chiudermi in casa, di tossire per ore, di non vedere nessuno?

No, perché non dimentichiamo che noi mamme abbiamo pure il diritto di star male, porca miseria.

Basta con la storia delle wonder woman, del “ahhh ma io con la febbre a 39 porto i figli a scuola, pulisco il bagno, vado a lavoro e ti faccio anche una cheese cake”

e poi magari rimani incazzata tutto il giorno perché in fondo in fondo, pensi che nessuno ti capisca.

E sì, noi mamme – noi donne – abbiamo il sacrosanto diritto di cedere al riposo, al malessere, alla voglia di isolamento.

Alle volte non ce lo concediamo e ci rifiutiamo di delegare, molte altre, come nel mio caso, non è proprio fisicamente possibile.

E così sale l’immane nervoso.

Ho gridato contro lo gnomo frasi tipo “mi devi lasciare in paceeee”, come se potesse capire.

L’ho messo davanti alla tele per un tempo indefinito, con immani sensi di colpa, ma penso che senza televisione sarei esplosa.

Grazie Gattoboy. Grazie baby TV. Grazie a  Topolino e al suo strumentopolo.

Il controllo. Questo ben conosciuto.

Quanti impegni ho rimandato, slittato, ignorato.
E come mi è scocciato farlo, perché io sono una che rispetta gli impegni presi, sono una che si muove, che non sta mai ferma.

Sono una che si sposa fra 4 mesi, mannaggia.

No, non mannaggia per il matrimonio, ma perchè NON ho ancora preparato niente.

DAAAAAI! ti sposi? che bello!”

Già. mi sposo. che bello.

Sai che c’è? che io questo bello me lo prendo tutto, e vada come vada, che in qualche modo ce la si fa, ce la si fa sempre.

E fanculo gli impegni.



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