Dimissioni entro l’anno del figlio

Dimissioni entro l’anno del figlio

Stai pensando di dare le dimissioni entro l’anno di vita di tuo figlio?

Lo fai perché non sopporti l’idea di stargli lontano tutto il giorno?
Perché spenderesti più di nido e baby sitter di quanto entrerebbe nelle tue tasche?
Perché odi il tuo lavoro?
Perché non riesci a stare dietro a tutto?

Qualunque sia il motivo per cui lo fai, la legge ti sostiene.

Il Decreto legislativo n. 151 del 2001 nell’art.55 tutela la donna nel periodo in cui è in vigore il divieto di licenziamento, ovvero entro il primo anno del bambino, prevedendo l’ammortizzatore della NASPI fino a un massimo di 24 mensilità, in base agli anni di contributi versati.

per la precisione:

“la naspi spetta per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi 4 anni. (Fonte GuidaalFisco)

La procedura è abbastanza semplice:

1) Occorre recarsi all’ispettorato del lavoro.

Ti faranno firmare un modulo, ti faranno qualche domanda formale e di routine, come ad esempio se hai avuto pressioni o subito mobbing dal datore di lavoro (e se una dicesse sì, mi sono chiesta, cosa succederebbe in concreto, come la aiuterebbero?)

2Devi consegnare la copia del modulo approvato e controfirmato al tuo datore di lavoro insieme alla lettera di dimissioni.

3) (una volta che queste saranno confermate) Dovrai recarti all’INPS per iniziare la trafila della richiesta della disoccupazione.
Anche loro ti chiederanno copia del modulo firmato dall’ispettorato del lavoro e secondo i loro tempi comodi, una volta approvata la richiesta, ti accrediteranno il bonifico ogni mese sul tuo conto corrente.


L’indennità della NASPI sarà pari a circa il 75% del tuo stipendio (se non supera i 1.195€, altrimenti devi aggiungere il 25% della differenza) e dopo il terzo mese verrà invece decurtato del 3%. In ogni caso non potrà mai essere superiore a 1.300€ mensili.

Io ho attuato tutte queste procedure. Non mi permetterei mai di parlare di qualcosa che non conosco, non faccio questo genere di informazione.

L’ho fatto perché, come chi mi segue sa, il mio compagno ha avuto una proposta di lavoro in Sardegna e l’idea di cambiare vita ci allettava parecchio,
soprattutto sommata al fatto che lavorare 9 ore al giorno, stare fuori casa 11, non vedere mai mio figlio se non per la messa a letto, era una di quelle situazioni che avrei fatto fatica a tollerare.

Certo, ci sarebbero stati i nonni. Ci sarebbe stato l’asilo nido. Lo fanno in molte e avrei potuto farlo anche io.

Ma essendosi presentata l’opportunità di essere genitori nel modo in cui volevamo davvero essere, abbiamo pensato di coglierla al volo.

 

Avrei fatto lo stesso questa scelta, senza il trasferimento a Cagliari?

Non lo so, chi può dirlo. Non mi piace pensare con i SE e con i MA.
La vita è andata in questa direzione perché evidentemente questa era la nostra strada.

Ogni tanto mi chiedo se c’è in giro da qualche parte il mio avatar, che gira per le strade di Milano in tutta fretta cercando di non fare troppo tardi per godersi la cena in famiglia.

Mi sono pentita?

MAI. neanche per un minuto . Nonostante le grandi difficoltà, mi sono goduta mio figlio come non avrei mai potuto.
C’è qualcosa nella vita che conta nella stessa misura?

E poi c’è il lato strettamente economico, da non sottovalutare.

 

Quanto conviene licenziarsi?

 

Quando mi sono recata all’ispettorato del lavoro sono rimasta basita nel vedere LA FILA.
Mi sono detta “eh, andranno per forza da un’altra parte, gli uffici sono tanti…”
E invece NO. Erano tutte là per quello.

Solo con una mamma ho avuto modo di scambiare due chiacchiere e mi disse che con 3 figli non ce la faceva proprio più a star dietro a tutto.

Come darle torto?

E come lei quante altre?

No, io non credo che siamo davanti a una rivoluzione femminile al contrario.
Credo che nessuna donna desideri mandare a monte anni e anni di studio e una realizzazione professionale affermata e guadagnata a fatica.

Perché l’impressione che io ho avuto, vedendo tutte quelle mamme, ascoltando le storie (anche sul web) di chi c’è passata, è che non si tratti di un triste sacrificio, ma spesso di MERO PRAGMATISMO.

Fatti poche domande:

  • ami il tuo lavoro?
  • ti fa guadagnare abbastanza?
  • ti restituisce qualcosa in cambio del tempo tolto a tuo figlio?

 

e se rispondi NO a tutte e tre le domande… ecco, forse c’è da riflettere.

 

E poi veniamo al DOPO. Al reinserimento.

Perché se alcune prendono questa scelta consapevoli che sarà per sempre, o comunque molto a lungo,
altre – come la sottoscritta – sanno benissimo di non potersi permettere economicamente questa decisione,
e che quando il tempo della disoccupazione (o preferibilmente prima) finirà, bisognerà darsi una mossa, e cercare un altro lavoro.

E il lavoro ricercato è quasi sempre LUI. Il tanto agognato part time. O perlomeno un lavoro flessibile.
Qualunque esso sia.

Ormai è più facile trovare una valigia piena da monete d’oro che un lavoro part time.

 

Eppure le mamme non si arrendono, vanno avanti, ci credono, ci sperano, lottano,
per accaparrarsi un sacrosanto diritto che vale molto più di tutte le lotte femministe del 68.

Quello di poter lavorare e allo stesso essere in prima linea nella crescita dei propri figli.

 

 

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