I capricci non esistono. Ma allora cosa sono?

I capricci non esistono. Ma allora cosa sono?

C’è chi dice che i capricci non esistono.

Come li vogliamo chiamare? Fisima? Sghiribizzo? Vizio?

Chiamateli come volete, la sostanza non cambia.

Stamattina lo gnomo mi ha fatto perdere il senno.

 

Continua infatti imperterrito col suo sciopero da nudista incompreso e pretende di non cambiarsi mai abiti e pannolino. Quando tra canzoncine, distrazioni, giochini e filastrocche varie riesco a convincerlo a spogliarsi mi tocca dover ricominciare, perché non vuole vestirsi.

E così mi ritrovo uno gnomo saltellante col pirillino di fuori che gira per casa come se niente fosse.

La scena sarebbe anche molto tenera, se non fosse per l’orologio che mi ricorda le incombenze.

Figlio mio, vorrei davvero regalarti tutto il tempo di cui hai bisogno.

25 minuti per toglierti il panno? e così sia…
15 per infilarti le scarpine? prendili, prenditeli pure, sono qui apposta.

Puoi stare a fare bruuu bruuum con la macchinina, inseguire il cane, lallare nella tua lingua ancora a me sconosciuta.
Ti osserverei per ore, sei pure tanto simpatico, sai.

Ma non è così facile. Ci sono appuntamenti, e incombenze, e orari da rispettare.

Io sono una mediamente zen. Per molti ho una pazienza esagerata, per me stessa un po’ meno.
Mi rendo comunque conto che quando sclero, non sclero mai per l’evento in sé.

Non è mai il capriccio del bambino a essere così fastidioso da mandarmi in bestia.

Perché spesso lo stesso capriccio lo gestisco benissimo, in altre situazioni.

Dipende tutto da come ci sentiamo in quel momento.

Se siamo stanche, frustrate, in pensiero per qualcosa, nervose, annoiate, se abbiamo fretta, se abbiamo paura di sbagliare, se ci fa male la testa, la pancia, se si è spezzato per un attimo il quieto vivere.

Per stare dietro alle richieste dei bambini non ci vuole solo una mamma zen.
Ci vuole una mamma serena, nel pieno della sua forma.

Chi di noi lo è, sempre, costantemente? Temo poche.

E allora ti ho caricato di peso, figlio mio, ti ho cambiato con la forza con te che urlavi da matti, ti ho messo le scarpe tenendoti le gambe ferme con la mia gamba, perché scalciavi come un puledro impazzito.
Ti ho preso in braccio per uscire e così, piangente, ti ho portato fino alla macchina, dove anche legarti al seggiolino non è stato facile, rigido come ti sei fatto, che parevi un’asse di legno.

Il tragitto è durato i soliti 10 minuti, quando siamo scesi ti ho chiesto scusa, che non si urla mai, che sono stanca, ma la regola è vestirsi per uscire.

Io non lo so se parlare serve, che i ragionamenti con un bambino di due anni e mezzo arrivano forse contorti e distorti, a confondere le idee.

Se non puoi fare dei ragionamenti, se tu non puoi parlare, come possiamo interagire?

Delle volte mi soffermo a pensare quanto alcune cose siano cambiate.  Certo, un figlio cambia, dirlo è quasi banale.
Però è incredibile come, a parte cambiare le massime della vita, cambi anche la quotidianità più spicciola.

Anche solo vestirsi e uscire, operazione che prima mi richiedeva mezz’ora al massimo, ora diventa lunga, a suo modo complessa, fatta di mediazioni, pazienza, trattative, imposizioni quando servono.

Ma anche risate, tu che mi inviti a sentire lo scronch che fanno i cereali, che io non ricordavo manco più.
Fanno un rumore spassosissimo, hai ragione.

 

 

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