L’ansia di far bene, che ci frega

L’ansia di far bene, che ci frega

Chissà se mia madre desiderasse realmente avere dei figli.
Lei chiaramente direbbe di si, che è stata una libera scelta.

Ma la verità è che allora non credo ci fosse molta scelta.

Faceva parte di quella generazione per cui sposarsi, figliare, stare a occuparsi della casa e dei pargoli, o al massimo trovarsi un lavoro (che piacesse o no) con posto fisso, era una prerogativa indiscutibile e assodata per i più.

Non si facevano troppe domande, il massimo della pedagogia che si conosceva era quella del dottor Spock (oh-mio-dio!) e i figli, forse perché li si metteva al mondo come fosse cosa ovvia, venivano cresciuti un po’ come capitava.

Non ci si preoccupava tanto del loro stato d’animo, dei loro bisogni non primari e della loro felicità.

Non si cercavano le scuole migliori, quasi tutti i figli andavano alla pubblica sotto casa perché andava bene così, e quando, come nel mio caso, la maestra era decisamente fuori dai ranghi e faceva delle uscite infelici, si tendeva a giustificare, qualche mamma più attenta si lamentava in famiglia, ma nessuno aveva il coraggio di segnalare la cosa al preside o mettersi contro il sistema.  

 

I miei genitori hanno fatto molti errori.

Quando diventi grande, ancora prima di diventare madre, inizi a vederli per quello che sono: essere umani, che sbagliano.

Quando diventi madre invece delle volte il dubbio si insinua nella testa, come un tarlo.
Ti chiedi come sia stato possibile che non abbiano mai cercato altre risposte, che non si siano mai messi davvero in discussione,  che siano stati a volte così ciechi,  e così poco empatici.
Il dialogo nella mia famiglia era roba da telenovela Argentina.

Poi fai i conti sia col tuo essere adulta che essere madre, lasci stare il dubbio e cerchi di perdonare, perché ti dici ok sono sopravvissuta, non me la cavo neanche male, sono mediamente felice e mediamente forte.

E lo fai anche perché indietro non si può mai tornare, vivere nella recriminazione rende la testa pesante, e le persone aride.

Era un’altra cultura, un’altra vita, un altro modo di pensare.
Sono passati poco meno di 40 anni, ma era in un certo senso un altro mondo.

Mondo che, impastato e modificato, ci hanno tramandato, tutto diroccato e precario come è diventato.

E noi siamo qui. La generazione successiva. Completamente diversa.

 

Siamo la generazione di genitori attenti, super informati, consapevoli (o almeno si prova) super disponibili, che fanno domande, a volte abbracciamo teorie con una certezza che sconfina in dogma, assettati di risposte come siamo. 

Certo, siamo cambiati perché è nell’ordine naturale delle cose.

Infondo viviamo l’era della digitalizzazione, siamo iper-connessi, abbiamo una maggiore cultura, siamo più empatici e meno costretti a certi schemi sociali.

Però non riesco a non pensare che questo cambiamento abbia anche a fare con le mancanze che abbiamo avuto.

Leggo spesso nei commenti di fb la seguente affermazione

“gli desse una raffica di sculacciate, vedi come obbedisce!”

Mi chiedo sempre chi lo scrive questo commento, se è una persona felice.  Se averne prese da piccolo gli abbia fatto poi così bene, perché da quel commento tutto traspare, fuorché serenità-

Mi viene da pensare a quel bambino picchiato che ora è convinto sia stata la scelta migliore, e provo una infinita tenerezza.

Chissà, se è un genitore veramente più giusto coi suoi figli.

 

Come se la violenza fosse un gesto di forza, e non di debolezza. Come se il rispetto si insegnasse col terrore.
Sbagliamo. Sbagliamo anche noi, eccome se sbagliamo. Ma lo facciamo per i motivi opposti.
L’ANSIA DI FAR BENE, CHE CI FREGA

 

Siamo carichi di aspettative, di pensieri, di nozioni, di domande, di dottrine e super teorie.
Parliamo continuamente dei figli, li idealizziamo talvolta, diventano il nostro perno, perché davvero vogliamo dargli il meglio, sempre.
EPPURE  SIAMO ANCORA COSI’ INSICURI E FRAGILI.

 

 

 

La vedete questa foto?
Avevo poco più di due anni, mia madre mi racconta che tenermi ferma non fu affatto facile.

“e poi come avete fatto?” ho chiesto
“niente, ti abbiamo dato quella bottiglietta”.

Una bottiglietta. Per tenermi ferma. 
Sorrido pensando che lo gnomo la avrebbe lanciata in aria e si sarebbe lanciato a sua volta sopra, altro che foto.
E infondo, va benissimo così.

 

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