Prima Pensa Poi Parla

Prima Pensa Poi Parla

Prima Pensa Poi Parla Perché Parole Poco Pensate Possono Portare Parecchie Penate

Queste 12 P, scritte a caratteri cubitali, erano stampate sul mio diario di scuola delle superiori.
Non so se ne capissi il significato, probabilmente NO, mi limitavo a condividere e scopiazzare qua e là tutto quello che aveva un bel suono e sembrava interessante, secondo la maturità e l’ottica del tempo.

Eppure lo scioglilingua mi è venuto in mente oggi, così, all’improvviso.
Stava sepolto nei meandri della mia mente nascosto chissà dove.

Io sono una a cui piace il controllo. Mi fa sentire sicura. è una solida base, un porto a cui attraccare quando qualcosa non va.
Il mio rifugio dal caos interiore.

Eppure, la lingua, quella no, non la riesco a controllare quasi mai.
Dico praticamente sempre la verità ma in questa verità spesso non c’è niente di nobile, o di alta levatura.

Il saggio non è quello che dice sempre la verità-
Ma colui che sa tacere quando c’è la necessità.

 

Io dovrei pensare, lo so, valutare e soppesare, poi esprimere un concetto.
Invece faccio tutto a voce alta:
mi faccio le domande, mi rispondo, vaglio le possibilità, valuto pro e contro, faccio ragionamenti su ragionamenti.

me le canto e me le suono, dice il mio compagno.

ma capiamoci: perché faccio questa riflessione adesso?

perché la logopedista che ha visto Jp mi ha detto una frase che mi ha fatto riflettere.

“ai bambini bisogna parlare da bambini. frasi semplici, brevi, lente. Non come se fossero ebeti, certo, ma non come adulti”

Tu pensa, e io che mi sono sempre vantata di: “strano che non parla ancora, io gli parlo tantissimo”.

Ecco, è questo il punto.
Io gli parlo tanto. troppo.

Faccio interi discorsi,  gli racconto le cose, faccio mille domande…
Il tutto con la mia parlantina veloce e piena di scatti.

Gli parlo come faccio normalmente perchè, mi sono sempre detta, io sono così, e se gli parlassi diversamente non sarei io, giusto?

Giusto?

Lui mi guarda con la bocca aperta a volte, capisce credo la metà di un discorso articolato, e a lungo andare questa cosa  forse lo manda parecchio in confusione.

Perché i bambini hanno bisogno davvero di poche parole. Molte azioni. Fermezza. chiarezza.

Siccome però li abbiamo a volte a casa tutto il giorno, e li vediamo tutti i giorni, spesso viene naturale trattarli come coetanei, come se potessero seguire certi ragionamenti.
Ma di tutte quelle parole a loro non frega poi molto, le parole fanno parte di uno schema mentale per noi adulti, un 2.0 della comunicazione

Eppure… aspettare, pensare dieci volte prima di dire una frase, parlare con calma, ponderare le parole e limitare le domande,
è per molte mamme (io per prima) una fatica non da poco, abituate come siamo forse a stare in un mondo di adulti.

Ai suoni, ai rumori, a questo fiume di espressioni di cui siamo inondati che ci porta, pur di essere ascoltati, ad alzare la voce, o ad aumentare il flusso dei discorsi.

No, rovesciare un milione di parole addosso ai bambini non li aiuterà a diventare più intelligenti. Solo più confusi.

 

Mio figlio era sul divano che faceva un puzzle. Io gli stavo vicino.
Non dargli una mano mi è stato difficile, mi sono dovuta allontanare per non dirgli “ma perché insisti su quel pezzo, dai che non c’entra…”
o ancora, peggio: “guarda che così lo spacchi!”

Però lui pretendeva la mia presenza. Allora sono stata là accanto a lui, e mi sembrava che ci mettesse una vita ad attaccare 4 pezzi, stare fermo a guardarlo senza nemmeno proporgli un succo di frutta è stato strano,
SI, stare ferma a guardarlo senza parlare, senza pensare “ma che ci faccio io qua che potrebbe stare da solo mentre faccio una lavatrice”, è stato quasi arduo.

Specie perché una madre ha tanto, tanto da fare, e spesso sembra tutto più urgente che fissare il figlio in silenzio. Lo è? a volte si. a volte, se ci pensiamo un attimo, no.

Sono rimasta accanto a lui.
Non ho aperto bocca. Nemmeno la domanda ultimamente tanto gettonata: “hai fatto cacca?”.

un piccolo passo per una madre, un passo gigantesco per l’educazione zen.



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