La sostenibilissima leggerezza di non essere madri

La sostenibilissima leggerezza di non essere madri

La vita prima di essere madre è fatta di … giudizi.
Pensi sempre di saperne qualcosa perché la maternità è ovunque.
è in televisione, nei film, nei documentari, nei programmi pedagogici da 4 soldi.
è nei libri, dove anche se l’argomento non è specifico è sempre tirata in ballo.
è tra gli amici e le amiche, quando improvvisamente tutti si mettono a fare figli e tu inizi a capire che il tempo sta passando, le cose stanno cambiando e a volte senti d’esigenza di adeguarti, a volte solo di ribellarti.
è tra i parenti, quando tutti ti chiedono quando tocca a te.
è per strada, quando vedi passeggini ovunque.
è al ristorante, quando senti i bambini parlare, ridere, piangere, quando li vedi correre tra un tavolo e l’altro.

E allora, siccome in qualche modo ti senti quasi coinvolta, pensi di capirne qualcosa un pochino anche tu, che non deve essere poi questa cosa così privata e personale e ti senti pertanto liberissima di giudicare.

L’educazione, da principio. Sei il maresciallo più severo di tutti. I bambini sono tutti maleducati, irrispettosi, anarchici, andrebbero tutti tenuti in riga e i genitori sono solo dei mollaccioni che si fanno mettere i piedi in testa.

Il chiasso, poi. Quando passi alcune ore in una stanza con un paio di bambini ti viene il mal di testa e ti chiedi come sia possibile non uscirne matti, ti dici che non ce la farai mai, che proprio non fa per te.

Il cibo: questi bambini mangiano troppe schifezze oppure non mangiano affatto, e proprio non ti capaciti di come i genitori insistano per far ingoiare un solo boccone: se non ha fame lascialo stare no? prima o poi mangerà.
E se non vuole lasciarsi morire di fame mangerà quello che c’è nel piatto NON una verdura di meno.

Il pannolino: così grande ancora lo porta? Il ciuccio, anche, non è grandicello che poi gli vengono i denti storti? e l’allattamento al seno? ancora? ma non diventa acqua? ma non ti indebolisce?

Prima di diventare madre sei inclemente con le colleghe che lo sono.
Troppe, troppe assenze. e troppe distrazioni. ok il bambino ma… questa per ogni influenza del nano è a casa. Poi voglio dire… organizzati, hai scelto di fare figli? devi smazzarteli senza recare danno all’azienda.

Alzi gli occhi al cielo se hai un bambino piccolo come vicino di ombrellone oppure seduto dietro di te in aereo.

Non è che non ti piacciono, i bambini. è che devono stare semplicemente BUONI e bravi e non recare troppo scompiglio.

Le altre madri ti guardano e sospirano di nascosto, perché quella faccia là che c’hai stampata addosso quando senti loro figlio piangere la conoscono,
l’hanno vista tante, troppe volte e non c’hanno nemmeno voglia di ribattere, non c’hanno neanche tempo volendo, a dire la verità.
E dentro di loro a volte sorridono, perché pensano a quando capirai, un giorno.

Quando capirai che non ci vuole una forza sovrumana scovata chissà che,
perché la forza viene fuori come la cosa più naturale del mondo,
come se non avessi fatto altro nella vita anche se non l’hai mai fatto prima.

Che ritroverai il significato delle parole tempo, tolleranza, pazienza, comprensione, empatia.
Che la fatica sarà una fatica diversa, una fatica … energica. che niente aveva a che vedere con la stanchezza della sera dopo l’ufficio, piena di pensieri sulla riunione del giorno dopo e di calcoli excel che porca miseria, tu poi i numeri li hai sempre odiati.

Che sarà una fatica col sorriso. Sorriso che va via, certe sere, quando ti poni la fatidica domanda “ma staremo facendo bene?”
e lo chiedi a lui che ne sa quanto te, però pragmatico come sempre ti risponderà:
“come fai tanto sbagli”  oppure “ma ceeerto”,  in base a quanto ti sente giù di morale.

Poi succede che al supermercato quando lo gnomo è stanco e vuole scendere dal passeggino per camminare come un ubriaco tra le corsie pensi che dai, cavolo, infondo sarebbe anche divertente farglielo fare. guarda che corridoi belli lunghi sprecati.

ed è lì che infondo al reparto scorgi lo sguardo di una non mamma che sembra averti letto nel pensiero e che  ice, rassegnata: “toh, un’altra matta”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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